Domenica, 23 maggio 2010
Mourinho saluta dopo l'ennesimo trionfo
Vincere e dirsi addio, quando ancora le lacrime sono calde, e c'è il pericolo di mischiare gioia e rimorso. Sei anni fa a Gelsenkirchen aveva spiazzato tutti, mettendosi in tasca la medaglia appena vinta con il Porto, lasciando i suoi giocatori soli a festeggiare. Due giorni dopo aveva già firmato con il Chelsea.
Stavolta non ha nemmeno aspettato la notte, nel dubbio che potesse portare un consiglio diverso da quello che per sua stessa ammissione andava maturando da tre-quattro mesi.
Da Gelsenkirchen a Madrid, cioè dal Reno al Manzanarre, capovolgendo un verso del manzoniano 5 maggio. Una data per la quale Josè Mourinho è riuscito a capovolgerne la percezione nerazzurra, e non solo perchè in quel giorno è arrivata la Coppa Italia, il primo tassello di una storica tripletta.
Al coraggioso che prenderà il suo posto, Mourinho lascia infatti in eredità una squadra adulta, che davanti al momento di scrivere la storia non trema, ma avanza sicura verso il proprio destino. La determinazione feroce, la creazione di un gruppo impermeabile verso l'esterno, una mentalità da assediati che non è più la scusa per piangersi addosso, ma lo stimolo per sbaragliare tutto e tutti.
Almeno fino a quando la missione è compiuta. Come i capitani di ventura di una volta, che dopo aver portato a termine la loro battaglia, ricevuto il compenso, lanciavano lo sguardo e i cavalli verso un nuovo orizzonte.
Come Mourinho, che dallo stadio della sua apoteosi di allenatore ha deciso di ripartire, per essere l'unico, irraggiungibile eroe dei tre mondi nella storia del calcio europeo. Per dimostrare che dalla perfezione si può ancora salire.